
Le parole di Papa Leone sulla democrazia hanno fatto storcere più di un naso:
“Non è necessariamente la soluzione perfetta”.
Una frase semplice, quasi ovvia, ma capace di squarciare il velo d’ipocrisia che ricopre il dibattito pubblico. Perché no, la democrazia non è un dogma e, tanto meno, lo è il suffragio universale. È uno strumento recente, utile finché funziona, ma non certo l’unico possibile. E proprio in questo spiraglio si inizia a intravedere la prospettiva nuova dell’epistocrazia.
L’epistocrazia come alternativa
L’idea che non tutti debbano avere lo stesso peso politico sembra scandalosa solo a chi vive di slogan e populismo.
Ma chiunque si misuri seriamente con la complessità del mondo capisce che il voto uguale per tutti è solo una finzione rassicurante.
Non siamo uguali in conoscenza, in capacità critica, in responsabilità.
Eppure pretendiamo che il voto del cittadino informato e consapevole valga quanto quello di chi prende decisioni politiche come sceglie un gratta e vinci al bar.
Il caso Sallusti
Su questo terreno scivoloso il direttore de il Giornale, Alessandro Sallusti, ha provato a muovere un passo timido, evocando la “patente di voto” e citando Prezzolini (a caso).
Ma, come al solito, ha fatto la mossa e subito ritratto: ha agitato il tema e poi si è rifugiato nel solito teatrino del bianco e del nero, destra o sinistra.
Una furbizia editoriale: tirare il sasso e nascondere la mano.
Così si solleticano i tifosi, si moltiplicano i click, ma si evita accuratamente di affrontare la questione nel merito. Perché il merito spaventa.
Il giornalismo che manca
Il problema è che molti giornalisti sguazzano nel fango del dibattito ridotto a rissa: gridare, polarizzare, semplificare.
A loro servono curve da stadio, non cittadini pensanti.
L’epistocrazia, invece, rompe il gioco: non divide in “buoni” e “cattivi”, ma riconosce che esistono diversi livelli di complessità e che la politica non può più essere l’arena del dilettantismo universale.
Un bivio per la democrazia
Siamo di fronte a un bivio:
- continuare a illuderci con una democrazia ridotta a reality show,
- oppure aprire finalmente la strada a un modello che tenga conto della complessità reale.
Il Papa ha avuto il coraggio di ricordarlo, i giornalisti no.
Forse perché sanno che, in un mondo epistocratico, il loro chiacchiericcio varrebbe meno di una goccia d’acqua in mare aperto e il loro giornale servirebbe solo a incartare il pesce.
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