
PRIMA PARTE
di Simone Bonatelli
Jason Brennan, filosofo politico alla Georgetown University, è noto per il suo saggio Contro la democrazia, in cui delinea tre archetipi di elettori:
- gli hobbit, disinteressati e ignari
- gli hooligan, faziosi e impermeabili a prove contrarie
- e i rarissimi vulcaniani, razionali e analitici.
In questa prima parte dell’intervista rilasciata a L’Epistocratico, Brennan riflette sul declino delle democrazie liberali e spiega perché, di fronte a crisi come la pandemia, persino i cittadini che si dichiarano democratici finiscono per invocare soluzioni autoritarie.
I tre segmenti di elettori
Nel suo saggio Contro la democrazia, Jason Brennan descrive tre segmenti di elettori:
- Gli hobbit, che essenzialmente non sono interessati alla politica, né alla comprensione di argomenti e argomentazioni.
- Gli hooligan, che leggono la realtà secondo una posizione predefinita, largamente affetti da pregiudizi di conferma e impermeabili ai dubbi che minacciano le loro convinzioni.
- I vulcaniani, che sono scientificamente guidati e analitici.
Abbiamo visto molti paesi passare dalla democrazia liberale a qualcosa di diverso, come la democrazia illiberale o governi guidati da partiti populisti in tutto il mondo.
Qual è il ruolo di ciascun segmento in questa tendenza?
Lo chiediamo direttamente a Brennan in questa intervista esclusiva per L’Epistocratico.
“Quasi tutti o sono hobbit o hooligan. I vulcaniani sono un prototipo ideale più che un tipo di persona che troviamo là fuori nel mondo reale.
La sfortunata tendenza, valida per hobbit e hooligan, è che quando le persone rilevano dei problemi con la democrazia, si rivolgono tipicamente all’autoritarismo o invocano un uomo forte (o una persona forte, se sono progressisti!) che arrivi a risolvere il problema percepito.
Il pensiero alla base è che la democrazia abbia troppi riunioni, sia troppo lenta e divida il potere in modo inefficace, dunque si deve “semplicemente” autorizzare una persona a scavalcare la democrazia affinché le cose siano davvero portate a termine.
La pandemia di COVID-19 ne è stata un esempio eccellente. Tutti i miei colleghi e amici che affermano di amare la democrazia hanno apprezzato gli amministratori anche quando hanno emesso da soli ordini di emergenza che bloccavano le loro città, contee, stati/province o paesi.
Erano infuriati ogni volta che – udite bene! – i legislatori eletti osavano mettere in discussione questi ordini di emergenza.
I simpatizzanti dell’autoritarismo fanno un tributo ai democratici quando i dittatori fingono regolarmente di essere stati eletti. Ma i democratici fanno un tributo a coloro che simpatizzano per l’autoritarismo poiché rivendicano sempre poteri di emergenza ogni volta che ritengono sia opportuno.”
Epistocrazia in pratica?
Nell’attuale panorama politico mondiale vede qualche esempio di epistocrazia messo in pratica?
Alcuni giornalisti hanno definito semi-epistocratico il governo italiano di Mario Draghi. Quali sono i principi chiave a cui un gabinetto dovrebbe attenersi per essere epistocratico?
“Francamente, non vedo molta epistocrazia da alcuna parte.
Forse la cosa più vicina che abbiamo sono alcune banche centrali, immuni dal controllo democratico diretto e dove gli esperti hanno una sorta di potere di veto su alcune azioni legislative.
Dobbiamo stare molto attenti a non confondere l’epistocrazia con la tecnocrazia.
“Tecnocrazia” denota l’idea che a un piccolo gruppo di esperti venga concesso un ampio potere di manipolare le persone e l’economia.
La maggior parte dei miei colleghi che affermano di essere democratici e che affermano di odiare l’epistocrazia sono comunque innamorati della tecnocrazia così definita.
E adorano l’idea di poter autorizzare burocrati esperti o membri esperti di gabinetto a fare ciò che vogliano, purché siano stati nominati o siano supervisionati da un processo democratico.
L’epistocrazia, al contrario, è più radicale. Si tratta di soppesare i diritti di voto fondamentali dando un peso per competenza e livello di informazione.
Francamente, uno dei motivi per cui mi piace l’epistocrazia è perché si oppone alla tecnocrazia.
Penso che i governi tecnocratici tendano a fallire. Gli esperti che dovrebbero impegnarsi nell’ingegneria sociale per il nostro bene commettono sempre errori, producono conseguenze non intenzionali o consentono posizioni di rendita e la cooptazione delle istituzioni.
Gli elettori democratici non se ne rendono conto e quindi votano sempre per espandere il potere tecnocratico.
Gli elettori epistocratici sono meglio informati e più realistici, e quindi sono meno entusiasti di dare potere alle tecnocrazie.”
Una riflessione aperta
Le parole di Brennan ci costringono a una riflessione scomoda:
la democrazia, celebrata come conquista universale, poggia spesso su cittadini disinformati e scelte poco razionali.
L’epistocrazia non è una ricetta pronta da applicare, ma un invito a domandarci se davvero “uno vale uno” sia sufficiente a garantire decisioni giuste e sostenibili.
Forse la sfida del futuro non è abbandonare la democrazia, ma renderla più consapevole e meno cieca davanti ai suoi limiti.
Parte 2 in arrivo
La seconda parte dell’intervista a Jason Brennan sarà pubblicata settimana prossima
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