
Di Giovanni Messina
Alcuni giorni addietro c’è stato l’incontro tra l’ex campione di pugilato Mike Tyson e tal Jake Paul, personaggio a quanto pare assai noto, potendo il suo canale YouTube contare su oltre 20 milioni di follower. L’evento si è tenuto all’AT&T Stadium di Dallas davanti a 80.000 spettatori dal portafogli robusto ed è stato trasmesso in streaming da Netflix a beneficio di una vasta platea di stomaci non meno forti.
Evento, cornice e protagonisti si commentano da soli. Non starò quindi a dilungarmi sulla folla in visibilio e sul ben remunerato e triste spettacolo delle natiche dell’ex pugile.
Voglio piuttosto soffermarmi su un articolo del Corriere della Sera dedicato all’avvenimento (qui il link). In particolare, sulle parole del fratello di quello che senza troppe perifrasi il giornalista definisce “ciarlatano dei social media”:
«Un giorno, se mi candidassi alla Casa Bianca, sarei onorato di averti come mio vicepresidente o segretario della difesa. Saresti il responsabile del pulsante rosso, quello dell’onnipotente arma nucleare che si trova anche all’estremità della tua mano destra»,
ha detto per caricare il consanguineo che si accingeva a salire sul ring.
Queste parole mi hanno richiamato alla mente un film di qualche anno fa, Idiocracy, nel quale l’inquilino della Casa Bianca è proprio un energumeno, una specie di wrestler o qualcosa di simile, acclamato da una massa abbrutita e urlante.
Il film non sarà un capolavoro della settima arte, ma non si può certo dire che ecceda in inverosimiglianza. Semmai, l’unico appunto che gli si può muovere è quello di porre troppo in là lo scenario immaginato. Si ambienta, infatti, tra cinque secoli, laddove molti elementi autorizzerebbero a ipotizzarlo in un futuro decisamente più prossimo.
A giugno abbiamo visto approdare nel Parlamento europeo uno youtuber cipriota, sprovvisto, per sua stessa ammissione, di qualsiasi conoscenza di questioni politiche e che mai si era interessato di politica. Questo non per stigmatizzare il personaggio, che non conosco e non sono quindi in grado di poter giudicare (molti altri eletti avranno la sua stessa preparazione, probabilmente con l’aggravante di essere anche meno intelligenti), ma solo per sottolineare le modalità di raccolta del consenso elettorale che vanno affermandosi nella nostra epoca.
Complici la crisi dei partiti tradizionali e la personalizzazione della politica, con l’avvento dei social il diritto di voto tende sempre più a confondersi col diritto di like, con tutti gli inconvenienti che ne possono derivare. Alla base del diritto di like, infatti, vi è quasi sempre l’emotività nelle sue molteplici declinazioni. Può essere l’ammirazione per la forza fisica, lo stupore per le bizzarrie, l’attrazione per le cose divertenti, ecc. Così, in una sorta di processo regressivo, l’elettore torna a scegliere con le medesime modalità con le quali nel medioevo si affidava al taumaturgo o nel paleolitico al maschio alfa. La scelta perde ogni carattere riflessivo e razionale, e il rischio di generare il mostro è dietro l’angolo.
Lungi dal rappresentare un attentato alla democrazia, dunque, regolamentare l’accesso al diritto di voto dovrebbe essere una priorità per tutti coloro che della democrazia hanno a cuore le sorti. Si tratta di porre un argine affinché il diritto di like non tracimi e finisca per inglobare il diritto di voto, perché in una società nella quale l’ignoranza si espande a macchia d’olio, convertire i follower in voti è questione di un attimo, e ritrovarsi personaggi come Jake Paul a decidere i destini dell’umanità appare un’ipotesi tutt’altro che distopica. Ma un conto è un ciarlatano su YouTube, ben altro un ciarlatano con la valigetta nucleare.
The post Diritto di voto e diritto di like appeared first on www.epistocratico.it.
